Il declassamento è più marcato rispetto a quello delle economie avanzate, a conferma del fatto che gran parte del mondo in via di sviluppo rimane maggiormente esposta agli shock petroliferi, alla debolezza valutaria e alle oscillazioni del sentiment degli investitori. L'istituto di Washington ha dichiarato che l'impatto della guerra varierà notevolmente in base alla vicinanza di ciascun paese al conflitto, ai legami commerciali e finanziari, all'esposizione alle rimesse e alla dipendenza energetica.
"Le attuali ostilità in Medio Oriente impongono trade-off immediati in termini di politica economica: tra la lotta all'inflazione e la salvaguardia della crescita, e tra il sostegno a chi è colpito dall'aumento del costo della vita e la ricostituzione dei buffer fiscali", ha affermato il FMI nel suo World Economic Outlook.
Secondo il Fondo, i paesi più a rischio sono le economie emergenti importatrici di commodity con fragilità preesistenti, dove l'aumento dei costi di importazione, l'indebolimento delle valute e la riduzione dei flussi di capitale potrebbero alimentare l'inflazione e intensificare le tensioni finanziarie.
L'outlook più debole poggia comunque su un'ipotesi relativamente benevola. La previsione di riferimento del FMI si basa su uno scenario globale in cui il conflitto rimanga contenuto e di durata relativamente breve, con le perturbazioni che inizierebbero ad attenuarsi entro la metà del 2026. Tuttavia, questo scenario ottimistico sta già vacillando.
"Ci troviamo in una posizione intermedia tra lo scenario di riferimento e quello avverso", ha spiegato Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del FMI. "Naturalmente, ogni giorno che passa e ogni giorno in cui si registrano ulteriori interruzioni nel settore energetico, ci avviciniamo allo scenario avverso". In quest'ultima ipotesi, la previsione di crescita globale per quest'anno rallenterebbe dal 3,1% al 2,5%.
Gourinchas ha inoltre precisato che il Fondo sta monitorando l'effetto del rafforzamento del dollaro USA sull'inflazione nelle economie in via di sviluppo, in quanto rappresenta un tipico canale di trasmissione per l'inasprimento delle condizioni finanziarie nei mercati emergenti.
MEDIO ORIENTE E ASIA CENTRALE SUBISCONO L'IMPATTO MAGGIORE DELLA GUERRA
L'aggregato generale dei mercati emergenti nello scenario di riferimento maschera inoltre forti divergenze regionali. L'Asia emergente e in via di sviluppo dovrebbe ancora registrare la crescita più rapida tra le principali regioni in via di sviluppo, ma si prevede che l'espansione rallenti al 4,9% nel 2026 dal 5,5% del 2025, per poi scendere ulteriormente al 4,8% nel 2027.
La stima di crescita della Cina per il 2026 è stata tagliata al 4,4%, appena 0,1 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni di gennaio, poiché la riduzione delle tariffe doganali statunitensi e le misure di stimolo compensano l'impatto della guerra in Medio Oriente. L'India rappresenta una notevole eccezione: la sua previsione di crescita per il 2026 è salita di 0,1 punti al 6,5%, grazie agli sgravi tariffari e allo slancio ereditato dal 2025 che hanno più che compensato l'impatto del rincaro energetico.
L'impatto economico maggiore si concentrerà, come previsto, nelle nazioni più vicine al conflitto. Il FMI ha tagliato le stime per il 2026 per il Medio Oriente e l'Asia centrale di 2,0 punti percentuali, portandole all'1,9% - una delle revisioni più consistenti del rapporto - prima di un previsto rimbalzo al 4,6% nel 2027 secondo lo scenario di riferimento. Per il gruppo più ristretto del Medio Oriente e del Nord Africa, la previsione di crescita per il 2026 è stata tagliata di ben 2,8 punti, attestandosi all'1,1%.
La stima di crescita dell'Arabia Saudita per il 2026 è stata ridotta di 1,4 punti al 3,1%. L'outlook dell'Iran ha subito una delle revisioni più drastiche a livello nazionale, con la crescita per il 2026 tagliata di 7,2 punti rispetto a gennaio, scendendo al -6,1%. La crescita in Egitto, paese importatore di materie prime, dovrebbe rallentare al 4,2% nel 2026.
Per l'Africa subsahariana si prevede un rallentamento più contenuto, con una crescita al 4,3% nel 2026 dal 4,5% del 2025, sebbene il FMI abbia sottolineato che gli importatori di petrolio privi di solide riserve di risorse saranno sottoposti a una pressione maggiore.
La crescita in America Latina e nei Caraibi è stata rivista al rialzo di 0,1 punti al 2,3% per il 2026, sostenuta da esportatori come il Brasile, dove l'aumento dei prezzi del petrolio fornisce un certo sollievo.
























