Martedì, il FMI ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2026 relative alle economie emergenti e ai paesi in via di sviluppo, portandole al 3,9% rispetto al 4,2% stimato a gennaio. L'aumento dei costi energetici e alimentari, unito all'incertezza derivante dal conflitto in Medio Oriente, dovrebbe colpire più duramente i paesi importatori di materie prime, strutturalmente più vulnerabili.

Il declassamento è più marcato rispetto a quello delle economie avanzate, a sottolineare come gran parte del mondo in via di sviluppo rimanga maggiormente esposta agli shock petroliferi, alla debolezza valutaria e alle oscillazioni del sentiment degli investitori. L'istituto di Washington ha precisato che l'impatto della guerra varierà sensibilmente in base alla prossimità geografica al conflitto, ai legami commerciali e finanziari, all'esposizione alle rimesse e alla dipendenza energetica.

"Le attuali ostilità in Medio Oriente impongono trade-off immediati in termini di politica economica: tra la lotta all'inflazione e la salvaguardia della crescita, e tra il sostegno alle popolazioni colpite dal rincaro del costo della vita e la ricostituzione dei margini di manovra fiscali", ha dichiarato il FMI nel suo aggiornamento del World Economic Outlook.

Secondo il Fondo, i paesi più a rischio sono le economie emergenti importatrici di materie prime che presentano fragilità pregresse, dove l'aumento dei costi di importazione, l'indebolimento delle valute e la riduzione dei flussi di capitale potrebbero alimentare l'inflazione e intensificare le tensioni finanziarie.

Queste prospettive più deboli si basano comunque su un'ipotesi relativamente benevola. Lo scenario di riferimento del FMI presuppone infatti che il conflitto rimanga contenuto e di durata relativamente breve, con le perturbazioni che inizierebbero ad attenuarsi entro la metà del 2026. Qualora la guerra dovesse ampliarsi o mantenere elevati i prezzi di petrolio e gas più a lungo, i danni per le economie emergenti si aggraverebbero ulteriormente.

Il dato aggregato dei mercati emergenti maschera inoltre profonde divergenze regionali. L'Asia emergente e in via di sviluppo dovrebbe confermarsi l'area a più rapida espansione, sebbene la crescita sia prevista in rallentamento al 4,9% nel 2026 dal 5,5% del 2025, per poi scendere ulteriormente al 4,8% nel 2027.

La stima di crescita della Cina per il 2026 è stata ridotta al 4,4%, un decimo di punto in meno rispetto alle previsioni di gennaio, poiché la riduzione delle tariffe doganali statunitensi e le misure di stimolo hanno compensato solo parzialmente l'impatto del conflitto mediorientale. L'India rappresenta una notevole eccezione: la sua previsione per il 2026 è salita dello 0,1% al 6,5%, grazie allo sgravio tariffario e allo slancio ereditato dal 2025 che hanno più che compensato l'impatto del caro energia.

MEDIO ORIENTE E ASIA CENTRALE: L'IMPATTO PIÙ PESANTE

Il maggiore impatto economico si concentrerà, come previsto, nelle nazioni limitrofe al conflitto. Il FMI ha tagliato le stime 2026 per il Medio Oriente e l'Asia Centrale di 2,0 punti percentuali, portandole all'1,9% - una delle revisioni più drastiche del rapporto - prima di un rimbalzo proiettato al 4,6% nel 2027 secondo lo scenario di base. Per il raggruppamento più ristretto di Medio Oriente e Nord Africa, il taglio è stato ancora più netto, pari a 2,8 punti, con una crescita prevista all'1,1%.

La previsione per l'Arabia Saudita è stata ridotta di 1,4 punti al 3,1%. L'outlook dell'Iran ha subito una delle revisioni più pesanti a livello nazionale, con la crescita 2026 tagliata di 7,2 punti rispetto a gennaio, attestandosi al -6,1%. In Egitto, paese importatore di materie prime, la crescita dovrebbe rallentare al 4,2% nel 2026.

Per l'Africa subsahariana si prevede un rallentamento più contenuto, con una crescita al 4,3% nel 2026 rispetto al 4,5% del 2025, sebbene il FMI abbia avvertito che gli importatori di petrolio privi di adeguate riserve di risorse saranno sottoposti a una pressione maggiore.

Infine, la crescita in America Latina e nei Caraibi è stata rivista al rialzo di 0,1 punti al 2,3% per il 2026, sostenuta dai paesi esportatori come il Brasile, per i quali l'aumento dei prezzi del greggio garantisce un certo sollievo.