(Alliance News) - Emergono segnali sempre più chiari del nuovo corso di Generali e del peso dei nuovi azionisti: dalla creazione della figura del direttore generale, affidata a Giulio Terzariol, all'abbandono definitivo del progetto di joint venture nel wealth management con Natixis, fortemente voluto dall'amministratore delegato, Philippe Donnet.
Sullo sfondo, la riforma del Tuf, attualmente all'esame del Parlamento, che sta accendendo il confronto sull'articolo 106 e sulle soglie OPA.
Come scrive il Corriere della Sera lunedì, il nodo è tecnico ma cruciale: la soglia che fa scattare l'obbligo di OPA è stata portata al 30%, in linea con la direttiva europea e con i principali mercati finanziari.
Il vero punto di scontro riguarda però la possibilità di incrementare ulteriormente la partecipazione – fino a sfiorare il 40% – senza obbligo di OPA, attraverso aumenti graduali nell'arco di 12 mesi. Una soluzione che rafforzerebbe il controllo degli azionisti senza l'onere di un'operazione totalitaria.
Il dibattito, spesso ricondotto all'OPAS di MPS su Mediobanca, in realtà coinvolge l'intero sistema delle società quotate italiane e riflette una contrapposizione più profonda: public company contro capitalismo a controllo familiare, centralità dei manager contro primato degli azionisti.
Il contesto è segnato da un ritorno attivo dello Stato nell'economia, dopo decenni di disimpegno post-privatizzazioni. Il ruolo del MEF, il ricorso al Golden Power e le parole della premier Meloni sul DDL Capitali indicano una linea chiara: rafforzare il peso degli azionisti nella governance.
Al centro resta il dossier Generali, distinto però dall'inchiesta milanese su presunti reati di aggiotaggio, che guarda al passato, mentre la riforma del Tuf incide sul futuro. Così come separata è la scelta di archiviare l'accordo con Natixis: la newco non nascerà e, nella partita su Trieste, qualcuno a Roma registra una vittoria.
Di Giuseppe Fabio Ciccomascolo, Alliance News senior reporter
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