L'Italia torna fanalino di coda in Europa, con una crescita quasi nulla e fragilità strutturali che rischiano di amplificare ogni shock esterno. È questo, in sintesi, il messaggio del commento di Lorenzo Bini Smaghi - già membro del board della BCE - per l'Institute for European Policymaking della Bocconi.

Le nuove previsioni del Fondo monetario internazionale non sono solo un aggiornamento congiunturale, ma un segnale d'allarme sulla debolezza del sistema economico italiano, dalle finanze pubbliche alla politica energetica.

Nel dettaglio, Bini Smaghi evidenzia come, nello scenario di base delineato dall'FMI che assume una rapida distensione delle tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz, la crescita dell'area euro venga rivista all'1,1% nel 2026. Per l'Italia, però, la correzione è più severa. Il Pil è atteso fermarsi allo 0,5%, con un taglio di 0,3 punti percentuali, segnando la performance peggiore nell'Unione europea.

Ancora più allarmante, osserva Bini Smaghi, è la dinamica complessiva del periodo. Entro la fine del 2026, l'economia italiana risulterebbe leggermente più piccola rispetto alla fine del 2025, configurando di fatto una stagnazione.

Nel confronto europeo il divario è evidente. Germania e Francia mantengono una crescita moderata, mentre la Spagna avanza con maggiore slancio. In questo quadro - sottolinea Bini Smaghi - l'Italia torna a occupare stabilmente l'ultima posizione.

Si tratta pur sempre di stime, esposte a incertezze soprattutto sul fronte geopolitico. Tuttavia, l'analisi mette in luce come, in caso di peggioramento del contesto internazionale, l'Italia sarebbe tra i Paesi più esposti.

Le ragioni, secondo Bini Smaghi, vanno ricercate nelle politiche economiche degli ultimi anni. Un primo nodo riguarda i conti pubblici. Il deficit è sceso al 3,1% del Pil, contribuendo a ridurre lo spread, ma il debito ha continuato a crescere fino al 137,1% del Pil e, secondo le previsioni, aumenterà ancora nel breve periodo.

Una discesa significativa è attesa solo dal 2028 e resta legata alla capacità di rafforzare l'avanzo primario. "Un obiettivo politicamente complesso", rileva Bini Smaghi, che richiama il problema della qualità della spesa. L'espansione del debito nel periodo post-pandemico è stata infatti in larga parte scollegata da investimenti produttivi, privilegiando bonus, sussidi temporanei e pensionamenti anticipati, senza effetti strutturali sulla crescita.

In questo contesto, anche il massiccio ricorso al debito per finanziare il Piano nazionale di ripresa e resilienza viene ridimensionato. L'idea di un debito automaticamente "buono", osserva Bini Smaghi, si scontra oggi con costi che iniziano a emergere in modo più evidente.

Un'altra fragilità riguarda le modalità del consolidamento fiscale. Negli ultimi anni, spiega Bini Smaghi, l'aggiustamento è avvenuto soprattutto tramite l'aumento delle entrate, spesso con misure temporanee, piuttosto che attraverso una revisione organica della spesa pubblica. Un'impostazione che ha finito per comprimere la crescita senza migliorare in modo duraturo l'efficienza del sistema.

A sei anni dalla pandemia, l'economia italiana appare così intrappolata in una condizione di bassa crescita e scarsa resilienza, con margini limitati per reagire a eventuali shock.

Il quadro è aggravato da problemi strutturali più ampi. Bini Smaghi insiste sulla perdita di competitività, che attraversa diversi settori, dai beni e servizi al mercato del lavoro, e su un carico amministrativo crescente che frena l'attività delle imprese. Il ritardo nell'attuazione delle riforme strutturali raccomandate da anni da istituzioni internazionali ha contribuito alla stagnazione della produttività e, di conseguenza, dei salari e del potere d'acquisto.

Particolarmente significativo è il caso dell'energia. L'Italia resta il Paese europeo più esposto all'aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto per la dipendenza dalle importazioni. Dopo la crisi legata alla guerra in Ucraina, le politiche si sono concentrate sulla diversificazione delle forniture, in particolare del gas, più che su una riduzione strutturale della dipendenza.

Nel frattempo, le procedure autorizzative per nuovi impianti rinnovabili si sono fatte più complesse, anche per effetto delle resistenze locali. E alcune misure recenti, volte a ridurre i costi delle fonti fossili trasferendo oneri sul sistema e sui consumatori, rischiano di produrre un effetto opposto, aumentando la dipendenza dal gas importato e riducendo i benefici degli investimenti nelle rinnovabili.

Il quadro che emerge, nella lettura di Bini Smaghi, è quello di un Paese che continua a scontare debolezze interne e scelte incoerenti. Una diagnosi che si chiude con un giudizio netto. L'Italia continua a farsi male da sola, finendo poi per attribuire ad altri le proprie difficoltà.