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Afghanistan : Massolo, Roma svegli Bruxelles

30-08-2021 | 09:16

MILANO (MF-DJ)--Dietro il ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan, c'è il fatto che gli Usa negli anni sono «diventati sempre meno dipendenti dal petrolio del Golfo, spostando i propri interessi strategici nel Mar Cinese Meridionale». Giampiero Massolo, presidente di Fincantieri e dell'Ispi, a colloquio con Milano Finanza individua questa tra le cause di ciò che sta avvenendo a Kabul. Al cambiamento delle mire energetiche Usa, si aggiungono i successi nelle operazioni antiterroristiche e una situazione di stallo dal punto di vista militare. Era chiaro quindi che le truppe occidentali non sarebbero rimaste in Afghanistan all'infinito, ma, secondo Massolo, sono stati fatti degli errori nelle modalità di disimpegno. Adesso bisogna comunque concludere il ritiro, per evitare ulteriori danni, e non trascurare la gestione del post-crisi. Ossia bisogna lavorare di concerto a livello internazionale per evitare che l'Afghanistan diventi instabile e nuovamente terra di dominio terroristico. Il ruolo centrale lo giocheranno il G20 e l'Italia, che ne è presidente. Molte personalità politiche si sono espresse su questa linea di pensiero della necessità di un'azione coordinata a livello globale. L'incontro tra Mario Draghi e il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha decretato prioritarie la stabilità e la sicurezza dell'Afghanistan su scala regionale. Lo stesso approccio internazionale nei confronti delle nuove autorità di Kabul è stato ribadito sia nel colloquio di Lavrov con il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, sia nella telefonata tra il premier italiano e il primo ministro indiano, Narendra Modi.

Domanda: Quale sono stati, secondo lei, gli errori compiuti dagli Usa nel ripiegamento?

Risposta: Credo che tre siano stati gli elementi di cattiva gestione americana: il non coinvolgimento del governo afghano, la mancata consultazione degli alleati occidentali, e il non avere reso partecipi le potenze geografiche del luogo (Cina, Pakistan, Russia) che avrebbero invece potuto aiutare il coordinamento del ripiegamento dalla zona. Nello specifico, Trump aveva siglato accordi a Doha direttamente con i talebani, bypassando il governo afghano e tagliando fuori totalmente l'Unione europea. Gli effetti della cattiva gestione del territorio afghano, delle imprecise previsioni di intelligence, delle operazioni militare scoordinate sarebbero stati attenuati se si fosse proceduto in maniera più ordinata. Quel ritiro graduale e scaglionato nel tempo a cui gli europei aspiravano. Questa modalità di ritiro, invece, lascerà alle spalle vari danni collaterali e molte persone a terra, tra cui soprattutto gli afghani che hanno collaborato con le forze esterne.

D. Che Paese è l'Afghanistan e che futuro di ripresa economica lo attende?

R. La ricostruzione dello Stato afghano sarà difficile. Difficile per i Talebani, perché una cosa è riuscire a rientrare a Kabul, un'altra è governare il Paese. Inoltre, il gruppo talebano è molto diviso al suo interno e intrattiene rapporti ambigui con le organizzazioni terroristiche. Per di più, l'Afghanistan resta decentrato, tribalizzato ed economicamente dipendente dai signori della guerra. Inoltre, l'emergenza umanitaria è duplice. Non vengono garantiti i diritti fondamentali alle categorie più deboli e alle donne. La maggioranza della popolazione versa nella più estrema povertà. Aiuti e supporto internazionale finanziario e materiale risulteranno centrali per poter forse parlare di ripresa economica del Paese.

D. Il Paese conta ingenti riserve di rame e litio, non ancora pienamente sfruttate. Un coinvolgimento russo e cinese è dovuto strettamente allo sfruttamento di tali risorse?

R. Al di là di quello che è il timore dell'instabilità politica afghana, Cina e Russia sono mosse verso l'Afghanistan da interessi economici e infrastrutturali, data la prossimità, e anche minerari. La potenza cinese, in particolare, punta a promuove ed esportare i propri modelli economici e a diventare l'egemone della regione, con mire anti-indiane. Ovviamente però resta tutta una questione di priorità: per sfruttare una miniera di litio non posso trovarmi di fronte uno jihadista che minacci la mia sicurezza.

D. Quanto il G20 sarà fondamentale per il futuro afghano? E seguendo quali step, a suo parere, prioritari?

R. Innanzitutto va completato il ritiro. Ormai procrastinare la data di partenza esporrebbe quanto resta delle forze occidentali a rischi enormi. Si renderà poi necessaria una concertazione internazionale per non avere nuovamente un Afghanistan destabilizzato e facile preda del terrorismo. Il G20, di cui l'Italia è presidente, sta appunto tentando di trovare una comune modalità d'azione, convogliando i diversi interessi di parte. I paesi circondariali, ad esempio, temono l'instabilità afghana e la vulnerabilità dei rispettivi confini. La comunità internazionale si deve dunque unire per evitare che l'Afghanistan diventi un santuario della jihad, un centro per il commercio internazionale di droga e una fonte di flussi significativi di profughi.

D. A chi possono fare gioco gli attentati all'aeroporto di Kabul del 26 agosto scorso?

R. Nella pratica gli attacchi di giovedì favoriscono i talebani. Da un lato, perché dimostrano che gli americani non hanno il pieno controllo della zona aeroportuale, in cui gestiscono le operazioni di ritorno. Dall'altro lato, in quanto confermano che qualsiasi ritardo comporterà l'esposizione delle forze occidentali rimaste a rischi crescenti. Se poi questa sia stata un'azione dell'Isis per dimostrare la debolezza talebana quindi facile bersaglio delle forze jihadiste o se fosse un'azione di tolleranza dei talebani nei confronti del terrorismo, ce lo confermerà solo il tempo.

D. A suo parere, quali lezioni ha impartito la crisi afghana all'Ue?

R. L'Afghanistan pone il problema della sicurezza comune. Deve essere riaggiustato e potenziato un sistema di difesa europeo. Ancora di più perché gli Stati Uniti stanno dirigendosi verso altri quadranti, ponendo sempre di più l'America First. Da qui la sfida per l'Ue: ridefinire i rapporti con gli Usa, coordinando gli interessi oramai non sempre coincidenti.

fch

(END) Dow Jones Newswires

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