Stesso shock geopolitico, reazioni opposte sui mercati finanziari. Ancora una volta, la linea di frattura corre lungo l'Atlantico.

Alla prima seduta successiva alle nuove tensioni in Medio Oriente, le Borse europee hanno chiuso in deciso calo: lo STOXX 50 ha perso il 2,5%, il DAX il 2,6%, il CAC il 2,2% e il FTSE Mib il 2,0%. A Wall Street, invece, l'S&P 500 ha chiuso invariato. Le Borse globali nel complesso hanno ceduto solo lo 0,6% mentre il VIX si è fermato a 21, senza segnalare panico sistemico.

La divergenza, spiegano gli analisti, non è emotiva ma strutturale. Il vero spartiacque è l'energia.

I timori del mercato si concentrano su possibili stop alla produzione di gas naturale liquefatto in Qatar, su attacchi a infrastrutture strategiche saudite – incluso il terminale di Ras Tanura, snodo cruciale per l'export mondiale di greggio – e soprattutto su eventuali blocchi dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20-21% del petrolio globale.

La reazione delle materie prime è stata immediata: il gas europeo TTF è balzato fino a circa il 39%, il Brent ha segnato più 6,7%, il WTI statunitense è salito del 6,3% e il gas Henry Hub è aumentato del 3,5%. Ed è qui che emerge la frattura transatlantica.

Gabriel Debach, market analyst di eToro, analizza la reazione del mercato e, soprattutto, l'impatto effettivo sull'economia europea e Usa di un aumento del prezzo di petrolio e gas: "L'Europa è importatore netto di gas e petrolio. Ogni aumento dei prezzi è un peggioramento: è crescita che si assottiglia e inflazione che torna a bussare. Importa energia, importa inflazione, importa fragilità. Goldman stima che un più 10% medio di oil e gas possa sottrarre circa lo 0,2% di Prodotto Interno Lordo all'Eurozona nell'arco di quattro trimestri. Negli Stati Uniti, un aumento di 10 dollari al barile riduce la crescita di circa 0,1 punti percentuali, e meno di 0,05 se lo shock è temporaneo. Non è paura. È elasticità diversa".

La composizione degli indici spiega parte della divergenza. In Europa la heatmap settoriale è stata netta: banche in rosso profondo, auto e beni ciclici sotto pressione, lusso e industriali penalizzati dall'aumento dei costi di input. Uniche eccezioni positive, energia e oil services. Il mercato sta prezzando uno shock energetico, non una guerra generalizzata.

Debach sottolinea l'impatto diretto sull'economia reale: "Con una manifattura che incide nel PIL in Germania e Italia, un gas al più 39% è un colpo diretto ai costi di produzione. È inflazione che può tornare a mordere proprio mentre la Banca Centrale Europea si interroga sui prossimi tagli. E qui entra il vero nodo europeo: la trasmissione ai prezzi finali. Nel 2022 e 2023, il passaggio dall'energia ai prezzi al consumo è stato quasi doppio rispetto ai periodi normali. Quando l'energia sale in un contesto ancora fragile, l'effetto può amplificarsi".

Negli USA, al contrario, la dinamica è differente: "Sono esportatori netti di petrolio e gas e il rialzo del greggio è anche un trasferimento di reddito interno. Il settore energia sostiene l'indice. La tecnologia, che pesa circa per il 31% dell'S&P 500, ha funzionato da ammortizzatore. Eppure, negli Stati Uniti i peggiori settori sono stati staples e healthcare. Un pattern controintuitivo in uno shock geopolitico. Segnale di venti contrari di posizioni difensive affollate, non di fuga dal rischio".

Anche sul fronte dell'inflazione, il divario è marcato: "Anche sull'inflazione la differenza è netta. Un aumento del 10% del petrolio aggiunge circa 28 punti base all'inflazione generale americana e solo 4 punti base a quella di fondo, dati Goldman Sachs. È un impulso visibile, ma non destabilizzante se temporaneo. In Europa, lo stesso aumento medio di energia può tradursi in un incremento dell'inflazione tra 0,15% e 0,3%. E questo rimette la politica monetaria davanti a un bivio: proteggere la crescita o difendere la stabilità dei prezzi".

Per la Federal Reserve, uno shock temporaneo può essere assorbito più facilmente. Per la BCE, l'equilibrio resta più delicato, soprattutto in una fase in cui il dibattito sui prossimi tagli dei tassi è ancora aperto.

Il vero spartiacque, osservano gli analisti, è la durata delle interruzioni produttive in Qatar, Ras Tanura o di eventuali blocchi sullo Stretto di Hormuz. Finché le forniture restano interrotte o fortemente ridotte, l'asimmetria transatlantica tende ad accentuarsi.

Rispetto al 2022, tuttavia, l'Europa appare più resiliente grazie alla maggiore diversificazione energetica, agli investimenti nella difesa e a valutazioni di mercato più contenute. Dopo l'invasione dell'Ucraina, Piazza Affari perse il 21% dal 24 febbraio per poi recuperare integralmente in circa 230 sedute di Borsa.

La geopolitica è la stessa per tutti. L'impatto economico no. Quando petrolio e gas salgono, la mappa che conta non è quella politica, ma quella energetica. E ancora una volta, l'Atlantico segna il confine tra due economie con elasticità molto diverse agli shock energetici.